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19 dicembre 2004 L’entusiasmo riscatta i limiti di «Footloose» Maurizio Porro (Cronaca di Milano - Corriere della Sera) Premesso che «Footloose», dal film dell’84 di Hebert Ross, non è mai stato in Italia un cult perché si tratta di un musical stereotipato e mediocre sia nei testi, sia nella musica, questa prima versione italiana nasce come costola della popolare trasmissione-gara tv «Amici» di Maria de Filippi, che è anima e produttrice dell’applauditissimo show. La particolarità (anche a suo modo pericolosa per il gusto omologato sul basso ma comunque innovativa) è che si tratta di una forma di teatro televisivo, diretto a un pubblico che non ha dimestichezza col palcoscenico (domenica pomeriggio al Nazionale, una folla entusiasta di ragazzini vocianti) che va giudicato con un metro diverso. Se presi uno per uno i ragazzi avrebbero qualche problema se fosse un saggio d’accademia (a parte lo straordinario protagonista scugnizzo, il ballerino albanese Leon Cino, che cita anche movenze classiche), l’insieme del cast va promosso per l’entusiasmo, la vitalità, la simpatia. Con le personali doti canore di Samantha Fantauzzi, Valerio Di Rocco che fa un Forrest Gump cowboy e Giorga Galassi, un exploit di grottesco. Il soggetto è misero, ma tratteggia un sempre valido conflitto generazionale, col bravo ragazzo che, in una provincia bigotta americana dove il reverendo proibisce il ballo, finirà per far ballare tutti e sposare la figlia del prelato. Un pezzo di modernariato del musical che si avvale di un buon ritmo registico (Christopher Malcolm e Rossi Gastaldi), di una funzionale scenografia di De Lorenzo e di un ottimo e fantasioso piglio coreografico country atletico di Steve Lachance. |
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